Siamo a Via Ramazzini, dove la Presidente della CRI di Roma, Debora Diodati e i Volontari hanno deciso di aprire un’altra struttura di ricovero e accoglienza per le persone senza dimora della Città. Trenta posti che danno da dormire di notte e da mangiare. Ma non solo, creano come sempre accade da noi una piccola comunità fatta di persone e di relazioni. L‘esperienza di questo inverno è stata dura. A Roma sono morte diverse persone per le conseguenze delle basse temperature e della vita in strada. I centri di accoglienza non sono mai sufficienti. E, allora, l’attività di tutti i Volontari che si occupano di assistere chi vive per strada si moltiplica, dalle Unità di Strada ai ricoveri inseriti nel Piano Freddo del Comune o di alcuni Municipi ma, adesso, anche con un’iniziativa autonoma della CRI di Roma che ha trovato per ora il sostegno dei giovani dell’Associazione SORTE.

Entrare in contatto con questa piccola comunità può essere molto difficile solo per chi non ha presente una cosa che chi vive la condizione della strada ripete quasi sempre. “Può capitare a chiunque”. È quello che è successo a una coppia romana che da quasi un anno dorme in zona Vaticano vicino San Pietro. Marito e moglie, uniti dal loro amore anche in questa condizione non facile. La loro storia è comune, purtroppo a molti. La perdita del lavoro per il fallimento dell’azienda, la mancanza di adeguati risarcimenti e di liquidità economica, un mutuo bloccato per la casa che ora rischiano di perdere. I figli affidati alla nonna che ha, però, una casa troppo piccola per ospitare tutta la famiglia. I pochi soldi rimasti, usati per continuare a mantenere i figli a scuola. La strada è inaccettabile – dice M. – c’è chi la sceglie ma il più delle volte c’è chi è costretto. E sono sempre di più le persone, anche italiane, che finiscono in questa condizione o a dormire in macchina con tutta la famiglia. Loro l’hanno conosciuta bene. Ma quando riusciranno a uscirne vogliono aiutare chi ci si trova. Nel racconto di questa coppia c’è l’orgoglio del lavoro. Lui è un operaio specializzato in termoidraulica. E parla del suo lavoro in modo dettagliato e ricco di particolari che ne rappresentano tutta la competenza. L’amarezza è dovuta alla percezione di essere rimasti senza alcuna forma di sostegno da parte dei servizi pubblici. Non è così in altri Paesi europei, ci dice. Sono stato in Svizzera e in Germania e ho potuto constatarlo di persona. Ci sono forme di sussidio e ricoveri. Noi, che fino a poco tempo fa facevamo una vita normale non ne abbiamo trovati, se non in alcune forme di volontariato. Il lavoro è quello che serve per riavviare una vita serena e ricominciare. Ma, per ora non l’hanno trovato. E nella loro esperienza per strada hanno cercato di mantenere quella dignità che non va mai persa, come tenere pulito il loro giaciglio di fortuna. Quello che fa rabbia è, invece, spesso essere considerati solo dei “barboni”. Quello che consola è, invece, quando si trovano forme di aiuto come con la Croce Rossa oppure tra chi vive per strada che li chiama “Mamma e Papà” perché spesso sono loro a prendersi cura degli altri.

E tra gli “altri” che iniziano ad arrivare in questo ricovero ce ne sono molti.

Come C. che con i suoi due figli è una donna in fuga dal dramma della crisi in Venezuela. Una vicenda che tocca la storia di questi giorni e che li ha portati prima in Spagna e, oggi, a Roma. La crisi economica venezuelana, l’insicurezza, il tentativo di rapina subito, la perdita del lavoro, la mancanza di accesso alla sanità, tutte cause di un viaggio che li vede, anche, finire temporaneamente senza una casa ma con il desiderio di poter restare in Italia, trovare un lavoro e ricominciare.

Come un egiziano, ormai cittadino italiano, un divorzio, la perdita del lavoro e della casa. Da pochi giorni per strada e ora in partenza per l’Egitto dai suoi parenti.

Non dormivo in un letto da mesi, dice un altro anziano ospite. E non posso mangiare molto perché devo riabituare lo stomaco.

Roma, vissuta dalla strada, insegna molte cose. Come quella che è possibile, se si vuole, considerarla un viaggio nella realtà della vita, sapendole dare quel senso che spesso si rischia di perdere.